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apr 28

Quel Mercoledì del 49 …

MERCOLEDÌ 4 MAGGIO 1949

IL SOGNO DEL TORINO SI SCHIANTAVA A SUPERGA

Piovigginava, il pomeriggio del 4 maggio 1949; pioveva e faceva freddo come non di rado capita a maggio e si dice sempre che una volta non succedeva .
Era per noi ragazzini delle elementari il mercoledì buono perché finiva il turno del mattino (allora in una stessa aula si alternavano due scolaresche) ed iniziava , il giorno dopo, quello del pomeriggio; questo significava che saremmo tornati a scuola solo il pomeriggio del giorno successivo: due mezze giornate di riposo, una –si fa per dire- per i compiti, l’altra per giocare…una pacchia che si rinnovava ogni quindici giorni (ma ogni quindici giorni c’era pure il rovescio della medaglia: si usciva da scuola la sera del mercoledì e si riandava il mattino del giovedì…).
Dai camini si alzava verso il cielo cupo il fumo esile e trasparente dei tamburnin alimentati con la corteccia, le ‘ciapele’, di pioppo che la segheria di Cavalli forniva gratis agli abitanti del Ronzone.
Quel pomeriggio, per via della pioggia, non andammo nel campo di medica sotto alla Giordana o fra i pioppi sul greto del Po per disputare una delle nostre interminabili partite nelle quali non ci chiamavamo, chiedendo il passaggio, Gianni , Luigi , Antonio…, ma Bacigalupo, Menti, Mazzola , Castigliano , Loik…
Ci infilammo, subito dopo il catechismo, nell’androne del palazzo dell’Australiano, dove un corridoio lungo e largo ci consentiva di giocare a castlet.; si tiravano figurine verso il muro; vinceva chi riusciva a far posare una figurina su un’altra in maniera che quella sotto non potesse essere tolta senza muovere la sovrastante. Erano immagini di calciatori; al cambio un ‘Mazzola’valeva cinquanta Boniperti, ma nessuno per niente al mondo, nemmeno il tifoso juventino più incallito, avrebbe rinunciato al capitano granata.
Alle cinque e mezza del pomeriggio la notizia corse come un fulmine e nessuno seppe mai se la figurina che avevo appena lanciato avesse fatto castlet… Quel pomeriggio, le figurine restarono sparse a terra e nessuno le raccolse. Io camminavo mogio nella pioggia: non sarei più stato- mai più- nelle nostre interminabili partite sui campi di erba medica o sul greto del Po, Bacigalupo, Valerio Bacigalupo nato a Vado Ligure, Savona, il 12 marzo 1924…
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Al Natal Palli di Casale- il glorioso stadio di tante battaglie nerostellate- il Bertu Mazzucco , il vecchio coriaceo terzino che a sedici anni- in un memorabile scontro con l’Ambrosiana di Milano- aveva annullato il “Balilla” Pepin Meazza, dirigeva l’allenamento; il terreno era ridotto a risaia…
Qualcuno si avvicinò, a bordo campo, al segretario fac-totum Pierino Dusio; gli disse qualcosa in un orecchio; Dusio allargò le braccia, poi scosse il capo, poi si tolse la lobbia e la scaraventò nel fango: “ Mondo porco…-urlò – mondo porco…”.
Quindi si avvicinò a Mazzucco, parlottarono un istante- Mazzucco lasciò cadere a terra il fischietto , sputò da una parte e urlò un nome- ed insieme presero a braccetto Operto I (Giovanni), la piccola ala destra dei nerostellati che all’urlo si era avvicinato. Fino a qualche mese prima gli Operto nel Casale erano due; poi il fratello più giovane, Operto II (Piero) ,era stato adocchiato da Ferruccio Novo il presidente del Torino.
“Con i sei milioni di questa vendita- raccontava Dusio – il Casale si è raddrizzata una costola, anzi tutto l’apparato scheletrico…”.
Appena incassato il primo stipendio dal Torino, -sessantamila lire al mese- Operto II si comprò un ‘principe di galles’.
“ Sembri un duca…” gli disse Dusio quando lo vide.
“Upertin- disse Dusio con gli occhi piantati nel fango- Upertin…il mondo è una …”
“…Vacca schifa…-aggiunse passandosi una mano sul collo e scalciando violentemente il fango-…vacca schifa…”
Ed ad Operto che lo guardava con occhi sorpresi , rispose battendogli la mano sulla spalla; anche Mazzucco gli batté una mano sulla spalla con gli occhi fissi a terra.
“ E’ caduto il Toro, Upertin, …fatti coraggio Upertin…”.
La domenica dopo, contro il Monza, il Casale scese in campo in maglia bianca per poter portare , in maniera visibile, il lutto al braccio.
A scuola, il Maestro ci parlò della caducità della vita…
“Come gli antichi eroi- disse- i giocatori del Torino rimarranno per sempre invitti e giovani; la loro fine, impedendone il naturale declino, ne perpetuerà la memoria… così come sono oggi nel cuore e negli occhi di tutti…”.
“E poi- aggiunse sottovoce parlando fra sé e sé mentre scriveva col gesso che scricchiolava sulla lavagna il tema (“ Il sogno del Torino”) che avremmo dovuto svolgere in classe- forse il loro tempo era compiuto…il tempo dei sogni, come era fatale fosse, è finito …”.
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Qualcuno ha scritto, anche in questi giorni, che il Grande Torino è caduto nel momento in cui la sua parabola, sul piano tecnico agonistico- aveva toccato l’apogeo e stava iniziando la fase di discesa.
Non è vero! ; salvo Gabetto che aveva trentatre anni, la squadra era essenzialmente
giovane e fisicamente integra; quasi sicuramente quei giocatori, vestiti in maglia azzurra, avrebbero conquistato all’Italia, l’anno dopo in Brasile, vincendo il terzo titolo mondiale consecutivo dopo quelli del ’34 e del ’38, la coppa Rimet; sul piano tecnico, quel Torino avrebbe avuto ancora lunga vita.
Ma aveva ragione il maestro Cattaneo: erano finiti, ormai, i tempi dei sogni; la situazione stava tornando alla normalità; la grande speranza di uguaglianza e di giustizia che aveva alimentato i cuori nell’ immediato dopoguerra, si era poco per poco dissolta al contatto della realtà .
Mazzola a fine campionato sarebbe passato all’Inter del commendator Masseroni; Menti alla Fiorentina; le grandi società con il portafogli gonfio, stavano iniziando la corte sugli altri…i quattrini avrebbero vinto sui sogni; … era, è inevitabile.
La grande illusione del mondo nuovo- sbocciata dopo la guerra- dove i “valori” dell’uomo avrebbero fatto aggio su qualsiasi altra cosa, era stata breve come un sospiro ed era svanita : chi andava a cavallo tornò ad andare a cavallo e chi a piedi, a piedi; i poveri avrebbero dovuto tornare nel coro, con la testa bassa e gli occhi ben attenti alla bacchetta che dirige.
Non c’era più spazio per il Grande Torino…
La cui vicenda può essere assunta a metafora della vita: nel momento in cui la realtà cinica ha il sopravvento, i sogni muoiono e restano vivi solo nei cuori, generando, più il tempo passa e si allontana, una straziante nostalgia…

GIANNI TURINO

*** Illustrazioni reperite su Wikipedia

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